La maledizione dello Chef

In questi ultimi sei (?) mesi di vita adulta autonoma (non che prima fossi anagraficamente minorenne, ma a livello di responsabilità era tutto nelle mani di mammà), sia da single che da accoppiata convivente, fra le varie responsabilità della gestione del focolare, mi sono accorta che un solo pensiero, il più annoso di tutti, occupa la mia testa per la maggioranza del tempo: cosa cucino?

Partiamo dal dato assodato che io adoro mangiare (nonostante gli strascichi psicologici che poi mi comporta) e mi piace anche molto cucinare, e sono anche abbastanza bravina a dispetto di tutte le previsioni e lo faccio molto volentieri. Mi rilassa, mi distende, mi occupa la mente e quando è buono mi dà una certa soddisfazione. Certo, sono più contenta quando a condividerlo con me c’è qualcuno che possa apprezzare le mie doti oltre a me stessa. Mi piace provare, inventare, sperimentare. Tutto molto bello fin qui, no? E quindi il problema dove sta direte voi.

Che il problema del “mamma mia e stasera cosa metto in tavola?” è un problema che assilla ogni individuo incaricato della sopravvivenza di se stesso e di qualcun’altro e solo ora capisco il disappunto di mia madre quando non si scongelava il pollo o qualcosa di fondamentale mancava dalla spesa. Ma al momento, mi trovo per la stragrande maggioranza del tempo a pensare cosa ho in frigo, che ricetta fare, come combinarla, quando fare cosa e organizzare le varie spese con gli ingredienti come se dovessi preparare il catering per chissà quale evento elitario, quando alla fine mangio solo io. Nessuno mi impedisce di cibarmi esclusivamente di scatolame, pasta con sughi pronti o latte e cereali.

E invece no, mi scervello per ore su come preparare la marinatura dell’arrosto con composta di mele, o mi metto a cercare video, ricette, tutorial su come abbinare le cose che ho nel frigo pensando poi che al supermercato devo assolutamente trovare lo zenzero ecuadoregno (esiste poi? boh). Manco dovessi andare a Masterchef o aprire un ristorante per farmi valutare da Borghese. Ma a questo punto vedo che non sono l’unica, perché su ogni social possibile ed immaginabile, almeno 3/4 dei nostri contatti si cimenta in mirabolanti imprese culinarie, che debba nutrire una squadra di football americano o se stesso e il pesce rosso. Alzi la mano chi durante il lockdown scorso non si è improvvisato chef ogni giorno, per tenersi impegnato o solamente allettarsi il palato dilettandosi con preparazioni a volte discutibilmente complesse.

Ma se siamo tutti più o meno dogati di endorfine culinarie è anche a causa dei media in generale; accendi la TV e 7 programmi su 10 dalle 7.00 del mattino a notte inoltrata ti fanno vedere cibo. Cibo cibo cibo cibo. Apri Facebook e se per sbaglio hai anche solo cercato su Google la ricetta del semolino col brodo di dado, ecco apparire i suggerimenti di pagine delle “40 migliori ricette col semolino” e tu ti ritrovi ipnotizzato davanti allo schermo a riprometterti “la prossima volta la preparo anche io la scultura di Yoda con la farina di polenta”. Se su Instagram fai tanto a cuorare la foto di un panettone con 45 ingredienti e 89 ore di lievitazione, ecco che in un batter d’occhio ti sentirai tentato di provare a fartelo tu quest’anno il panettone e via a svaligiare l’Esselunga (anche perchè, in do cacchio andiamo se non a fare la spesa?).

Cucinare, nutrirsi e nutrire è uno dei problemi di sempre dell’esistenza dell’uomo dalla preistoria. Mia nonna quando eravamo all together si trovava a dover sfamare la bellezza di nove fauci, di cui alcune mangiavano per due, ma non ricordo di averla mai vista impazzire con ricette strane o accostamenti o altre velleità da sperimentatrice. Faceva le solite cose, solite ricette più o meno a rotazione. Sarà che all’epoca della mia infanzia non c’erano i bombardamenti culinari, sarà che non aveva nemmeno il tempo materiale di piantarsi davanti alla tv a guardare Suor Germana su Telemontecarlo e Wilma de Angelis su Rete Quattro, però abbiamo sempre mangiato pranzo e cena più che dignitosamente. Non c’era la necessità e non c’era la moda di essere chef a tutti costi, di essere bravi e competenti. Adesso, per quanto ci farciscono (è il termine più azzeccato possibile visto l’argomento) di nozioni culinarie, teoricamente tutti potremmo cucinare qualsiasi cosa e improvvisarci chef. E chi lo chef lo fa sul serio, in un ristorante, cosa dovrà fare, iniziare ad usare i gatti della polvere al posto della farina per trovare qualcosa che non si possa replicare? Suggerirei a tutti di darsi una calmata. A me stessa in primis.

Ora, con permesso, continuo a leggermi la ricetta del tacchino del Ringraziamento che mi è comparsa su Facebook. Secondo me sto giro riesco a preparalo.

2 pensieri su “La maledizione dello Chef

  1. Che pazienza: servono ore per cucinare e pochi minuti per mangiare.
    Io cerco di riempire la pancia in mensa a pranzo e ,a cena, mangio quello che mi capita… come un apericena. Se è quando voglio io, sennò vado a farmi un giro in bici (in estate).
    Però vivo da solo.
    Quando convivevo avevo molta più ansia: a pranzo stavo leggero per dare più importanza alla cena, che DOVEVA essere buona. Due palle….

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