Rimedi all’oblio

In queste settimane di assenza dal blog, oltre che dedicarmi al desperate hosewifing reiterato, al fitness di emergenza contro il fisico da Covid e ai vari bimbominkiamenti su piattaforme social più o meno sconosciute con livelli di demenza che rasentano il livello “Scemo+Scemo”, mi sono sorpresa a voler passeggiare per il centro della mia città, da sola. Un po’ per imposizione visto che tutti i miei affetti sono lontani km, e un po’ per volontà.

Sarà stata la vicinanza del nuovo DPCM, la prospettiva di passare giornate intere di smartworking fra quattro mura e un balcone (con vista sul dirimpettaio), l’incombente coprifuoco e l’inverno che avanza che non aiuta sicuramente a tenere alto il morale, fatto sta che ogni volta che per necessità o spirito che mi sono ritrovata in centro, me la sono presa comoda come mai fatto prima. Che dovessi andare a sbrigare una commissione per l’ufficio o dovessi andare da Zara. Ci tengo a precisare che nel primo caso, mi sono comunque data una mossa eh.

Ho parcheggiato la macchina più lontano del solito e ho fatto giri in lungo e in largo, sul lungo fiume, fermandomi di tanto in tanto ad osservare i prati dell’argine, i colori delle foglie, i palazzi, i comignoli. Gli abbaini e tutta la città sospesa che guarda ogni cosa dall’alto senza essere abituata ad essere osservata da quaggiù. Penso che i passanti intorno a me, tutti con una fretta demoniaca e una meta da raggiungere al più presto o distratti da cellulare o compagnia, mi abbiano preso per una pazza mitomane. Poco m’importa.

Volevo godermi la mia città, che ho vissuto per tanti anni come pellegrina accolta da scuola, amici, amori, lavoro e adesso come abitante e cittadina vera. Volevo guardarla bene, ricordarne i dettagli. Tornare in luoghi dove ho speso gran parte della mia vita ed esperienze e riassaporali, riviverli. Cogliere dettagli nuovi, riscoprire con sorpresa che quelli vecchi non sono cambiati. Stupirmi del fatto che la strada X che ho percorso mille e più volte nel corso di questi quindici anni, più o meno distratta da qualcosa o da qualcuno, in realtà si collega alla via Y di cui non sapevo l’esistenza, e che mi avrebbe portato alla meta Z per cui ho sempre fatto un giro W.

Seguire un certo marciapiede e ritornare con la mente al momento preciso in cui, nello stesso identico punto, è accaduto questo o quello. Non necessariamente cose sensazionali. A volte anche stupidaggini. Va comunque sottolineato che ho una memoria speciale per le cose assolutamente inutili, che le persone normali e serie dimenticano nel giro di ventitrè secondi. Mentre io ricordo che sulla tal panchina ho dato le croste della mia pizza ai piccioni. Con chi ero. Di cosa stavo parlando. Com’ero vestita. Ed è successo quattordici anni fa.

Sento la voglia di guardarla, osservarla, scrutarla bene. Fotografarla, anche col cellulare se serve. Per non dimenticarla, per riempirmi gli occhi e la mente dei suoi dettagli, cosicché i miei ricordi possano essere ancora più vividi e reali, emozionanti. Come quello che si dice delle persone che perdiamo. “Se avessi saputo che quello era l’ultimo abbraccio, ti avrei stretto più forte”. Lo stesso discorso vale qui. “Se avessi saputo che era l’ultima volta che ti vedevo, ti avrei guardata meglio“.

Certo, una città non è una persona. Però sono tante persone. Tante vite, tante storie. Momenti collegati a luoghi e dettagli. E se guardo bene ogni dettaglio ricordo ancora meglio anche chi c’era con me, fisicamente. O mentalmente. Guardo la mia città con avidità per tenere tutti le persone importanti della mia vita con me. Anche Lui. Che lo guardavo come guardo la città, per non dimenticare mai. Come rimedio all’oblio. Non il mio.

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