(Dis)Comfort food

Il weekend appena trascorso, anche complice la dura e pura consapevolezza che è solo questione di qualche giorno e a passetti più o meno veloci torneremo a richiuderci in casa a doppia mandata, per riaprire la porta solo per andare al lavoro (per chi ancora ne ha uno), ho avuto la mente affollata di domande. Ovviamente sempre accompagnata dal senso di insoddisfazione, inadeguatezza, perdita di tempo e inutilità che da sempre costella la mia esistenza fin da quando ne ho memoria (avevo circa 8 anni). Acuito dallo spauracchio “quando finirà tutto questo e potremo tornare a cercare di sistemare le nostre esistenze?”.

Non ho trovato nessuna risposta chiaramente; l’unica cosa che riesco a fare in queste situazioni è abbandonarmi alla dissolutezza più totale a tavola e alla carta dei vini. Ho mangiato e bevuto la qualunque. Con una ingordigia e veemenza tale da far invidia al Conte Ugolino che rosicchia il cranio dell’Arcivescovo Ruggeri nel nono girone infernale.

Giovedì sera, uno degli ultimi aperitivi si è trasformato nella gara contro me stessa a quanto le mie arterie avrebbero potuto sopportare i grassi di varia natura che stavo ingerendo. Vino, tagliere di aperitivo, anelli di cipolla, hamburgerone da 200 gr, patatine, salsiccia non toccata della mia amica. Birra. Tanta birra. E il senso di colpa dopo è stato direttamente proporzionale alla quantità di cibo ingerito.

Venerdì non è andata meglio; a cena con un’amica ho mangiato una cosa come 2 etti e mezzo di cannelloni con un mezzo litro di besciamella e il gnocco fritto. E vino. Vino vino vino. Anche lì, senso di colpa alle stelle e impulso di correre al cesso e cacciarmi due dita in gola, ma io odio vomitare e quindi ho guardato Vite al Limite giusto per ricordarmi dove potrei finire.

Sabato ho fatto una cena io a casa mia, sono stata morigerata col cibo ma ho bevuto come un cane. Ho fatto persino fatica a lavare i piatti, rischiando di rompere i calici. Il senso di colpa ha lasciato posto a “cazzo devo smettere di bere sempre così”. Ma so che mento, come quando dico “non gli scrivo più. non mi vede più bla bla bla” e al primo messaggio rispondo in 0,45 millisecondi e gli dico che lo amo.

Ieri sera mi sono lasciata sfuggire un sushi da asporto anche perché ero ben consapevole che se fossi andata al ristorante avrei mangiato sicuro il triplo, prendendo seriamente la filosofia “no limits”. Ma ho ceduto sul dolce, ingerendo una parte importante del dessert avanzato da sabato.

Tutta sta piramide di grassi iper saturi per dire che, c’è un termine molto carino che sta ad indicare il cibo consolatorio di quando siamo tristi: il Comfort food. Che è quello che ci rinfranca, che ci consola. E quando ho gli attacchi di qualunquismo gastronomico, mi risuona nella mente la parolina magica di cui sopra, dimenticandomi di una cosa fondamentale: il comfort food in realtà non ti deve fare venire i sensi di colpa dopo; è una cosa buona, che ti dà consolazione tale da farti passare il momento no, e non fartene venire uno peggio. Se penso a qualcosa che mi tira su senza farmi sentire una cicciona mi vengono in mente gli involtini della nonna, la pizzetta margherita che mangiavo al mare da piccola, le cenette di pesce che mi preparava Lui. Ma adesso la parolina è diventata una convenzione lessicale che serve a designare la qualunque, anche i Pan di Stelle con la maionese, se ti senti triste e hai voglia di quello.

Tutto il resto delle mie voglie, dei miei desideri impellenti di cibo, di riempimento, di alimenti grassi, assuefanti, calorici, a volte pure schifosi a ripensarci a mente lucida non sono Comfort food, ma li ho chiamati: Discomfort food; che è quello che non solo ti esprime un disagio, grande, espresso attraverso la voglia di una pizza con sopra i tortellini con la panna, ma che te ne crea uno nuovo, ulteriore e forse peggiore: che fai schifo. E ti dà un biglietto di sola andata per il circolo vizioso del mangiare perché sei triste, incazzato, spaventato, depresso fino a riempire i tuoi vuoti veri o presunti, per poi sentirti un fallimento per non essere stato capace di resistere, per non avere controllo in nulla, nemmeno sul cibo e ti rispedisce dritto dritto al primo McDrive, al primo cinese, al primo kebab o al barattolo della Nutella e di tutti i biscotti e da lì ancora e ancora. E ogni volta dici che non lo farai ma prima o poi ci caschi. E sento che è profondamente legato al Binge Eating.

Quando mi chiedono perché guardo i vari programmi sugli obesi dal 300kg che non riescono ad alzarsi dal letto, non so dire perché con certezza; ho il gusto dell’orrido, della tragedia. Un promemoria a non finire così, a controllarmi per quanto possibile, a tirare fuori la forza di volontà che spesso mi manca perché in quello che loro dicono spesso mi ci rispecchio. Perché i disturbi alimentari sono una bestia nera, che è capace di prendere molte forme e travestirsi in moltissimi modi, a volte anche sotto i panni di una cosa positiva come un piattone di pasta o un hamburger dopo una giornata di merda.

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