A mete eccelse, per anguste vie.

Oggi è una giornata stupenda. Il cielo terso, il sole caldo, l’aria fresca frizzantina, senza l’umidità tipica delle mie zone. Il verde dei campi incolti e degli alberi dalle fioriture tardive è ancora brillante e vivo nella luce del giorno, a contrasto netto col giallo e il rosso di quelli che stanno andando incontro al riposo. Il cielo è così limpido che riesco a vedere perfettamente i profili delle montagne, le colline e i paesini che sembrano quasi dei plastici in scala, nelle valli. E se aguzzo bene la vista, vedo le cime più alte, innevate. Le mie cime.

Ma le vedo da qui. Dalle vetrate dell’ufficio, dal balcone di casa. E il mio spirito montanaro piange, perché vorrebbe essere dovunque, tranne che qui giù. Perché vorrebbe mollare tutto; pc, telefono, mail, call conference, social e ammenicoli vari, accollarsi uno zaino e partire; perché domani potrebbe non essere bello come oggi, perché ti senti incatenato mentre la giornata perfetta scorre, senza di te, che vorresti solo salire e salire, riempiendoti gli occhi di bellezza e di immensità. Di silenzio, ad antidoto di tutta la confusione e fiumi di blateramenti di ogni giorno, dal vivo, via etere o via scritta. Di aria, per purificarti dallo stantio dei luoghi chiusi della vita. Di tempo e spazio, per disintossicarti dalla fretta di dover sempre essere da qualche parte in un preciso momento a fare qualcosa che non puoi esimerti dal portare a termine. Di calma, per procedere al proprio passo, senza un’impellenza o una scadenza.

è più di un mese che non vado in montagna e lo sto patendo; complice il fatto che difficilmente riesco a trovare compagnia, un po’ il meteo non è stato clemente, un po’ la prudenza di non voler rischiare di buscarmi un’ influenza normalissima e gettare tutti nel panico per sospetto Covid al primo accenno di tosse e febbre, sto rinunciando a tante escursioni in attesa di tempi più sicuri e spensierati, ma il dispiacere è forte. (Anche per tutti i kg che sto mettendo su tipo lamantino).

Ripenso al giorno in cui dal nulla, un sabato pomeriggio di fine giugno, ho detto al mio migliore amico che volevo fare un giro sulla Pietra di Bismantova; detto fatto. Non è lontano da casa dei miei, e il sentiero facile, non è proprio facilissimo ma fattibile anche con un paio di scarpe da ginnastica con un minimo di grip. E così salimmo. E una volta su, a 1041 metri d’altezza, con 300mt di dislivello, sulla cima dell’altopiano, mi sono sentita in pace. Fra la pace e la conquista dell’immenso. E pensavo che avevo superato un limite enorme; e anche il mio amico era sorpreso del mio inaspettato slancio per l’altezza, ma pensava fosse estemporaneo. E invece no. Ogni weekend mi dedicavo ad un montagna diversa, sempre più ostica, alta, lunga da percorrere, lontana da raggiungere. Fino al Monte Cimon e l’ho vista anche da lì; piccola piccola con i suoi 1000 metri e la sua sommità piatta, da lassù sembrava un tronco abbattuto di netto rispetto alle altre, ma era impossibile non riconoscerla.

Poi è arrivato il Covid che ha sconvolto i piani anche delle escursioni; a fine settembre avrei dovuto percorrere la Strada delle 52 Gallerie del Pasubio, ma il meteo non era d’accordo e inoltre è franato un pezzo di montagna. Ci rifaremo. Intanto fantastico in primavera o estate di poter fare l’anello delle Tre Cime di Lavaredo o la Grigna Settentrionale. O il Vajont. Vaneggio.

Sono tutte imprese che se ci penso ora che ho il culo parcheggiato sul divano da mesi, col morale infilato nelle ciabatte e i rotoli che mi sbucano dall’elastico del pigiama, mi sembrano irrealizzabili. Le circostanze, le contingenze mi stanno demoralizzando ed ecco perchè una giornata stupenda in un giorno lavorativo mi manda in bestia, perchè penso “ma chissà quando ricapiterà”. Ma poi penso che non c’è bisogno di fare le 7 fatiche di Ercole per provare emozione. Che mi basta prendere la mia macchinina, guidare fino a Castelnovo Ne’ Monti, parecheggiare e salire fino su. Che la mia Pietra è sempre lì, ed è sempre vicina.

Eccola qua.

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