Memorie di una quarantena

Un po’ rimpiango non aver aver riaperto il blog prima, durante il lockdown, credo mi sarebbe servito, ma gli articoli avrebbero avuto come tema principale “non ne posso più di stare in casa-mi sento prigioniera-adesso i miei li uccido” e credo che sarebbe stato poco interessante.
Ora, che temo si vada verso una nuova realtà simile, per quanto millantino che non sarà così, mi tornano alla memoria i ricordi, a partire dall’esplosione del virus.

Andiamo indietro a febbraio, inizio febbraio, e ricordo di aver visto per caso “Contagion” (anche perché i palinsesti televisivi hanno cercato a loro modo di sensibilizzare le masse al problema del virus, che sembrava così lontano da noi). E ricordo perfettamente la mattina in cui io e Lui, facendo colazione guardammo come ogni mattina l’edizione del Tg delle 7.00 e di come mi tornò alla mente il film non appena la giornalista rivelò che c’erano stati dei contagi in Italia. Ma prima che la preoccupazione e l’allarme fossero alti abbiamo dovuto aspettare Codogno.
In quel periodo ero a casa, con un’influenza gastointestinale da panico, che mi è valsa un giretto in ambulanza. Norme anticovid lasse; chi con la mascherina, chi no, chi boh. E mentre mi riprendevo dal virus dell’ Escorcista, ecco che scoppia il caso Codogno. Panico. I contagi si allargano di giorno in giorno. Milano, Lodi, Cremona, Piacenza, Parma.

In ufficio solo mezza giornata, a turni.
Chi va al pomeriggio non va al mattino e viceversa, guai ad incrociarsi. Mascherine sì, mascherine no. Si ma le ffp2. Con la vavola? Senza? Sì ma io devo andare in Camera di Commercio e la mascherina non ce l’ho perchè non si trovano. Però io abito fuori provincia come faccio? Parma è zona rossa. No non solo la provincia, anche il comune è limitato.
Anche il supermercato devi andare quello di fianco a casa, se è a 1km in più non si può. E se voglio la pizza? Non te la mangi o vai all’Esselunga ma il lievito non lo producono più perché vogliamo tutti la pizza.

Tutti a casa. Chi può fa smartworking. Chi riesce lavora come può, chi non riesce e non può chiude. Forse si riapre, forse no. Chi può si allena con le videopalestre, chi non vuole maggna e canta e si fa il videoperitivo. Chi non vuole parlare con nessuno fa lo stesso che tanto siamo tutti nella stessa zuppa. Il bollettino dell 18.00. Le conferenze stampa con la Protezione Civile. Il commissario Arcuri. Le dirette di Conte. Plichi di autocertificazioni. Il plexiglass. Le denunce a chi fa pisciare il cane 4 volte al giorno. I runner. I morti.


Il mio lockdown è stato scandito dai ritmi dello smartworking (per fortuna), dall’allenamento compulsivo e da Netflix, su cui ho iniziato quattordicimila finendone due.
Non mi aveva sfiorato l’idea di scrivere. Nel marasma e nell’ansia generale, nel pensiero collettivo di quando saremmo tornati alla normalità, pensavo solo a Lui. A quanto mi mancasse, cosa stesse facendo, come stesse il gatto; fortuna vuole che nessuno della mia famiglia si sia ammalato, né fra parenti vicini o lontani, ecco perché mi sono potuta concedere il lusso di pensare ad altro, e il senso di morte imminente lo percepivo solo dai media. Dormivo, lavoravo, mi allenavo e nella meditazione yoga pensavo a lui. E a quanto fossi prigioniera in casa mia.

Poi, come un fulmine a ciel sereno, come se avesse avvertito l’intensità dei miei pensieri :”vieni a vivere con me” e così, dopo una riflessione nemmeno così lunga, ho guardato i miei, ho riempito una valigia di vestiti, sono salita in macchina e al grido di “io vi avevo avvisati” sono andata via. Ad iniziare una vita nuova.
Il periodo non era quello sicuramente propizio, ho rischiato molto, ma ho pensato che fosse il momento e che fosse ora o mai più. Sarò stata incosciente, nei limiti della legalità, ma l’ho fatto. E ne sono stata estremamente felice; il sogno della mia vita si stava realizzando, pur in un momento così tragico. Vivevo con la persona che amavo da sempre.
E non chiedevo nulla di più. Lui, io, il micione nero e una casa nostra. Ogni mattina insieme, ogni notte insieme.
Poi la quarantena è finita, e una alla volta le cose che rendevano la mia vita felice in un periodo difficile per tutti, se ne sono andate. Una per volta, lentamente.
Ora rimango solo io, stavolta sola. E mi chiedo, nel peggiore degli scenari, se dovessimo arrivare ad un lockdown nuovo, anche parziale, come me la caverò stavolta? Chi mi salverà?
Come conviverò con con me stessa, che sono quella che meno si tollera? Questo mio minuscolo spazio sarà fondamentale per la mia autoconservazione nei prossimi mesi, che da quanto mi pare di capire saranno duri comunque.
Devo imparare a salvarmi da sola, con le mie forze, e il mio scrivere compulsivamente ne è una prova. Ma i pensieri, come un’onda energetica, continuo a lanciarli comunque, ogni sera; non si sa mai che l’antenna non sia poi del tutto danneggiata e qualcosa da percepire sia rimasto.

2 pensieri su “Memorie di una quarantena

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