“Ti vedo dimagrita” tenetevelo per voi

Volevo affrontare questo argomento in maniera un po’ leggera, ma ogni frase, anche solo leggermente ironica, mi sembra un affronto o di cattivo gusto verso chi prova un disagio verso qualcosa di naturale e fisiologico come alimentarsi, così soggettivo come la percezione del corpo e così lacerante come il non saperlo gestire, fino alla patologizzazione, sia per eccesso che per difetto.
Come al solito parto da ciò che riguarda me, personalmente, nel mio vissuto di mille complessi.
Da bambina non mangiavo assolutamente nulla, ero un po’ schifiltosa e il più delle volte saltavo i pasti perché farmi mangiare era un tragedia
e quindi mia madre, con buona pace di chi sa come un bambino possa cambiare atteggiamento nei confronti del cibo, non mi ha mai forzata a mangiare e ha sempre mantenuto la filosofia del “quando avrà voglia di mangiare, mangerà. Crescendo, passerà“.
Mia nonna invece era molto preoccupata e mi instillava una specie di terrore per cui se non avessi mangiato, mi sarei ammalata e mi avrebbero dovuto dare da mangiare con una cannuccia su per il naso, in ospedale.
Eravamo a metà degli anni 90 ed i disturbi alimentari, l’anoressia unica e sola, era il disturbo giovanile e adolescenziale per antonomasia.
Come se anche negli anni addietro non fossero mai esistiti; esistevano certo, ma erano sconosciuti o semplicemente ignorati in quanto tali.
Così, a 8 anni, dopo un pisolino infinito, mi ricordo che mi svegliai e dissi a mia nonna: “Non voglio andare in ospedale con la cannuccia nel naso. Posso mangiare le polpette stasera?“.
Ancora mi chiedo, a distanza di 20 anni, cosa mi fece svegliare con quella richiesta; però da lì iniziai finalmente a mangiare, praticamente tutto, senza grosse storie, tranne le bistecche. E in casa si spensero le preoccupazioni sul mio rifiuto del cibo.
E mi ricordo che quella sera e quelle successive, mangiai veramente di gusto. Mangiare era veramente bello! E il cibo era così buono! E da lì in poi diventai una vera golosa e mangiare mi piaceva davvero tanto!
Sono sempre stata comunque magrina, e dal mangiare nulla al mangiare normalmente non mi aveva trasformata in una cicciottela, ma pur nella mia tenera età, ricordo perfettamente il momento in cui, seduta in macchina ho visto il mio interno coscia rilassato sul sedile, come una massa informe molle di ciccia e ho pensato “sono ingrassata“. E avevo 9 anni.
Fortunatamente, per tutto il resto dell’infanzia e dell’adolescenza ho sempre vissuto abbastanza bene il rapporto col mio corpo, pur facendo danza classica, pur confrontandomi con ragazze davvero molto più magre di me, io mangiavo quello che mi pareva, sempre. E anche la mia maestra è stata davvero bravissima a non instillarci mai la fissazione della magrezza.

Arrivata ai 14 anni, a seguito di 3 estati intere passate in Sardegna con i nonni, ho preso effettivamente tanti kg. Un anno presi 5 kg in 3 mesi ma non mi vedevo male, anzi, non me ne accorsi affatto.
Però iniziarono a farmelo notare e qualcosa in me cominciò a cambiare. Adoravo mangiare, ma cercavo di trattenere le voglie. Ma più le trattenevo e più esplodevano al pasto successivo, in cui mi ritrovavo a mangiare cose a caso, in attacchi (che ho scoperto solo dopo) di Binge Eating, in cui mi sono spaventata per la mia reazione spropositata.
E ho capito che le voglie non le avrei dovute reprimere e dovevo soddisfarle quando ancora gestibili. Negli anni del liceo e dell’università, oltre a qualche episodio sporadico di Binge da stress, me ne sono sempre estremamente fregata e nonostante continuassero ad arrivarmi commenti sul fatto che stavo ingrassando, io mangiavo e mi piacevo.
Ho fatto alcune volte delle diete da fame, ho fatto palestra, ma mangiare mi piaceva così tanto che alla fine riprendevo i kg. E poi mi piacevo così alla fine. Ma quando guardavo le foto che mi ritraevano, vedevo quello che vedevano gli altri; una ragazza leggermente in carne. E lì non mi piaceva più.

Nel 2014, hannus horribilis, dal nulla comparve una malattia dermatologica che mi ha costretta a cicli di cortisone lunghi ben 2 anni e nel 2016, una volta “guarita” sia dalla malattia che dalla depressione per avere una malattia dermatologica che avrebbe anche potuto ripresentarsi così com’era arrivata e scomparsa, mi sono ritrovata di un peso spropositato. 73kg. Pesavo più del mio ragazzo dell’epoca.
Non ci volevo credere, non ero più io. Mi sono messa a dieta, ho iniziato a fare sport e in 3 mesi ho perso 10 kg come ridere. Ed ero così felice del mio corpo nuovo! Tutti mi dicevano che ero così bella, stavo così bene; i vestiti erano perfetti addosso, tutti mi notavano, trovavo un sacco di vestiti ai saldi!
Così ho continuato, a stare attenta, ad allenarmi. A contare le calorie di ogni cosa ingerissi, a pesarmi ogni giorno, più volte al giorno, ad aumentare le tempistiche di allenamento, per continuare a dimagrire.

Da 73 in 9 mesi ero scesa a 57.
E tutti intorno a me erano preoccupati per quello che stavo facendo; ma come? Sto facendo quello che mi avete detto, no? Sono bella adesso e voglio diventare ancora più bella, più magra. Finalmente sono bella come dovrei, come le altre ragazze che tutti notano, commentano, corteggiano.
Fortunatamente (mah) per una serie di circostanze la catena della mia anoressizzazione si è interrotta, più che altro perché alterno fasi in cui la mia forza di resistenza al cibo è rasente allo zero e quindi mangio, per golosità, per noia e per consolazione.
Ma i 5 kg che ho preso negli ultimi 3 anni per me sono un’onta. Così come sono ora non mi piaccio per nulla; mi vedo enorme, grassa, goffa, con i rotoli, la pancia. Tutto mi tira, mi stringe.

Come nelle foto in cui non mi riconoscevo. Non mi riconosco più nel mio corpo.
Un corpo che mi era piaciuto fino a quando non ho scoperto il numero sulla bilancia, fino a quando non mi è stato fatto notare. E quando qualcuno mi dice che sono magra o che mi trova dimagrita, mi incazzo perché so che non è così; perché ho preso peso, perché magra lo ero prima e a volte vorrei tornarci sul serio ai 57 kg con le ossa che sporgevano dalla pelle.
E questa cosa, ha un nome, e si chiama Dismorfismo, ed è uno dei tratti, che nella mia visione, è alla base ai disturbi alimentari, intesi anche come i super obesi o chi soffre di alimentazione incontrollata.
Non ci vediamo realmente per come siamo; l’immagine che vediamo allo specchio ci è estranea, la nostra mente la deforma. E non è un semplice fatto di “sei fissata con la linea” o “è golos@ e quindi mangia tanto”; non si può banalizzare un disturbo oggettivo che racchiude in sé uno spettro così ampio di emozioni umane come la tristezza, la rabbia, la paura, il senso di vuoto e tutto quello che comporta l’insicurezza e le nostre debolezze. Ognuno sfoga negativamente le proprie emozioni cattive su se stesso come vuole; c’è chi si ubriaca, chi si droga, chi si obera di lavoro e chi va solo in palestra e mille altri escamotage.
“Quella è un’anoressica, quella è una cicciona, quello è un ubriacone, quello è un drogato, quello è un fissato“.
Invece di etichettare, chiediamoci perché, quali debolezze, quali insicurezze lo portino a fare questo; guardiamoci allo specchio e chiediamoci anche noi, cosa facciamo, dove andiamo a parare quando tutto diventa troppo da sopportare, quando ci sono pensieri da soffocare, e se davvero davanti allo specchio siamo così a posto a nostro agio con noi stessi, non chiedo di entrare in empatia ma almeno di non giudicare chi vive in panni che addosso fanno grande difetto.

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